Una serata con Marianne Chaud e proiezione del suo ultimo film

Edizione: 2012
Sezione: Incontri e cinema - Bergamo

Marianne Chaud si è diplomata all’École des Hautes Études en Sciences Sociales di Parigi con una tesi sullo Zanskar, dove ha vissuto per molti mesi con le famiglie del posto. Nel 2007 ha realizzato il suo primo documentario Himalaya terre de femmes a Sking, dove le donne si occupano del raccolto nei pochi mesi a disposizione. Himalaya, le chemin du ciel (2009) mostra invece l'educazione dei monaci bambini del monastero buddista di Phuktal. La Nuit Nomade è l'ultimo film della giovane antropologa e regista, recentemente premiato al Festival di Trento.

La nuit nomade

Terzo capitolo del trittico di Marianne Chaud sul Ladakh, una delle zone abitate più alte e fredde della terra, dove la regista negli ultimi dieci anni ha imparato la lingua e vissuto a stretto contatto con la popolazione. La nuit nomade mostra la vita delle ultime famiglie di allevatori nomadi di capre e yak, le traversate alla ricerca di pascoli per il bestiame nel paesaggio lunare spazzato da venti gelidi, di quella che per alcuni di loro potrebbe essere l'ultima transumanza. Come molti altri hanno già fatto anche Tundup dovrà decidere se concludere la sua vita da nomade, vendere il gregge e partire verso la città. Mentre la notte nomade sta calando, la bellezza e la durezza delle persone e del paesaggio vengono immortalate in un ritratto intimo e partecipe.

Durata: 90' Anno: 2012 Nazione: Francia

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PREMIO CITTÀ DI BOLZANO – GENZIANA D’ORO al miglior film di esplorazione o avventura.
La Nuit Nomade 
di Marianne Chaud (France, 2011) 
Anche in questo caso la giuria ha deciso all’unanimità. Attraverso una narrazione ricca di sensibilità e un profondo legame stabilito con i nomadi di Ladakh, la Regista ha diretto un film di rara esplorazione umana, grazie al quale il pubblico può condividere le avventure dei nomadi e la loro battaglia per difendere la loro vita e cultura sull’altipiano tibetano.

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Dal Trentino agli Stati Uniti, dalla Russia all'altopiano del Ladakh: la montagna può produrre ricchezza oppure trasformarsi in un paradiso ostile, che l'uomo è costretto ad abbandonare, come nell'ispirato e rigoroso La Nuit Nomade di Marianne Chaud, documentario che conferma non solo il talento della Chaud ma anche la sua sensibilità, la capacità di immergersi in una cultura altra.

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Partire o non partire?
In una valle del Ladakh vivono oltre cento famiglie di pastori nomadi. O, meglio: vivevano. Perché stanno andando via. Attratti dal miraggio della vita di città e respinti dalle difficoltà della montagna, poco a poco, una famiglia dopo l’altra, scendono a valle. Si trasferiscono nella capitale, Leh, dove perlopiù diventano muratori o manovali.
Fanno questa scelta per stare più vicini ai figli, che hanno già rifiutato la vita nomade per inseguire l’illusione della comodità, del progresso, di uno status che gli conferisca maggior riconoscimento sociale. Ma il volersi ricongiungere ai figli getta questi pastori nomadi in una contraddizione: se prima li avevano lontani ma potevano aiutarli anche economicamente, ora che li hanno vicini finiscono per dipendere da loro.
Per abbandonare la vita da nomadi, infatti, i pastori sono costretti a vendere tutto il loro bestiame. In blocco, sottostando alle condizioni dei mercanti e della stagione. In questo modo si tagliano qualsivoglia possibilità di fare marcia indietro.
L’esodo verso la città promette quindi un futuro di alienazione, oltre che di perdita d’identità.
Questa storia è raccontata ne La nuit nomade, lungometraggio di Marianne Chaud, giovane documentarista che ha trascorso molti mesi tra le montagne nel nord dell’India. Ha studiato vita, tradizioni, contraddizioni dei popoli che abitano quelle terre, e ha imparato la lingua dei nomadi. Proprio questa facilità linguistica le ha consentito di raggiungere un alto grado di intimità coi pastori, e di filmare scene di vita quotidiana apparentemente normali ma dense di ansie e aspettative. Partire o non partire? Nel suo film, la Chaud raccoglie frasi sagge, battute ironiche, confessioni. E osa, persino: si concede il lusso di entrare in scena, facendo per qualche istante oscillare dei fiori gialli davanti alla camera.
Con uno dei pastori nasce un rapporto molto confidenziale. A un certo punto lui le dice: “E’ una fortuna che tu parli la nostra lingua, altrimenti saremmo come due montagne che si incontrano, o come due sassi”.
Partire o non partire, quindi? Se fossimo degli irrecuperabili sentimentali, citeremmo ora quell’adagio secondo il quale partire è un po’ morire. Invece lasciamo parlare uno dei protagonisti del film, un pastore che si incammina nella landa desolata, però amata, della sua terra. “C’est terrible de choisir”, confessa alla telecamera. È terribile dover scegliere.
Bellissima la fotografia, che rende i paesaggi in modo vivido ma senza lasciare che schiaccino i personaggi. Il resto lo fa una colonna sonora incalzante e leggera. A proposito, come va a finire per i pastori che scelgono di trasferirsi in città? Il film della Chaud lo lascia soltanto intuire.
Natalino Russo, Roma
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